Social Cooking: quando cucinare diventa social

Dopo che è divenuto possibile condividere la propria auto (con Bla Bla Car) o il proprio divano (con Air Bnb), si può mettere in comune anche la cucina attraverso quella che rischia di diventare una delle pratiche più in voga del 2015: stiamo parlando del “Social Cooking”, un fenomeno in continua ascesa, tanto da essere già sotto l’occhio attento di équipe di ricercatori. Tutto ciò ha avuto inizio negli Stati Uniti, con una rapida diffusione che ha coinvolto tutta l’Europa, compresa ovviamente l’Italia, un paese dove la cultura del mangiare bene ha sempre avuto un’importanza prioritaria.

Social Cooking

Social Cooking

Le tre società che hanno investito in questo nuovo trend sono Bookalokal, EatWith e VizEat e, a giudicare dagli ottimi feedback ricevuti, lanciarsi nel business del Social Cooking si è rivelata una scelta indovinata! Ma proviamo a riassumere in poche parole l’essenza del Social Cooking: se so cucinare, ho una casa bella e spaziosa e m’interessa conoscere nuove persone amanti del buon cibo, posso organizzare un evento culinario nella mia abitazione, per fare nuovi amici e guadagnare qualche soldo extra. Grazie alla rapida diffusione del Social Cooking sono nate vere e proprie community dove i membri possono mettere in vendita o acquistare esperienze culinarie, che vengono successivamente sottoposte a un giudizio di qualità.
Nella community si può entrare iscrivendosi come cuochi o come ospiti: in quest’ultimo caso si va a caccia dell’evento più vicino casa o al proprio hotel se ci si trova in vacanza. Il Social Cooking diventa quindi anche un modo per vivere l’esperienza turistica in maniera diversa: più informalmente e soprattutto mantenendo un contatto più stretto con la realtà e la cultura del posto. Ciò è strettamente legato a una nuova concezione del turismo, inteso sempre più come fuga dagli stereotipi e ricerca di emozioni autentiche, vissute anche grazie all’immersione nel mondo del cibo e della cucina.

Oggi i cuochi attivi nel Social Cooking sono oltre 1500, sparsi in tante e diverse nazioni. Per quanto riguarda l’aspetto più strettamente economico, i gestori delle applicazioni coinvolte guadagnano una percentuale, ma i ricavi vanno soprattutto a chi si è dato da fare in cucina, al punto che oggi fare il cuoco per una community di Social Cooking per alcuni è addirittura diventata una seconda occupazione. Naturalmente i gestori dei ristoranti non sono entusiasti di questa emergente concorrenza, anche se è evidente che la pratica del Social Cooking si avvicina molto di più ad una cena fra amici; chi è alla ricerca di privacy e tranquillità continuerà ad andare al ristorante: quindi i ristoratori possono dormire sonni tranquilli poiché certamente non registreranno cambiamenti sensibili nei loro guadagni.




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